Il canto della foresta, recensione in anteprima: quando la ricerca di un uccello diventa il silenzio condiviso di tre generazioni
Ci sono film che non si guardano soltanto: si ascoltano. Il nuovo documentario di Vincent Munier, Il canto della foresta, lo dichiara fin dal titolo: qui le orecchie lavoreranno almeno quanto gli occhi. In vista dell'uscita in sala del 12 novembre, ho messo in fila i motivi per cui lo aspetto con tanta curiosità e i punti in cui questo pellegrinaggio silenzioso e nebbioso nel bosco potrebbe inciampare.
Tutto lascia pensare che sarà una delle esperienze in sala più belle e più quiete dell'autunno, a patto di essere disposti a rallentare insieme a lui.
Il canto della foresta: trailer
Scheda del film
| Original | Le Chant des forêts |
|---|---|
| Uscita in Italia | 12/11/2026 |
| Regia | Vincent Munier |
| Genere | Documentari |
| Durata | 93 min |
| Paese | Film francesi |
Di cosa parla? Un uccello, un bosco, tre generazioni
Lo spunto è semplice, ed è proprio questa semplicità a renderlo bello. Vincent Munier, fotografo naturalista e regista pluripremiato, si addentra nelle foreste dei Vosgi avvolte dalla nebbia, ma non da solo: con lui ci sono il padre e il figlio adolescente. Tre generazioni, uno zaino e una scorta infinita di pazienza. L'obiettivo è ritrovare una specie in via di scomparsa, il gallo cedrone, e la ricerca finirà per portarli fino in Norvegia.
Lungo la strada c'è tutto ciò per cui vale la pena entrare in un bosco: cervi che bramiscono, gufi che frusciano tra i rami, la forza primordiale della natura e insieme la sua fragile bellezza. Dalla sinossi non sembra il classico documentario divulgativo sommerso dalla voce fuori campo, ma piuttosto un viaggio intimo e personale, il cui vero tema è come l'attenzione e l'amore per la natura passino da padre in figlio, da nonno a nipote.
Lo confesso: è questo filo familiare ad avermi conquistato. Di documentari sugli uccelli ne abbiamo visti parecchi, ma di film in cui l'uomo dietro la macchina da presa sta in mezzo tra suo padre e suo figlio, e in cui la ricerca è in fondo il passaggio di un'eredità, molti meno.
Chi è Vincent Munier e perché vale la pena seguirlo?
Nel mondo della fotografia naturalistica il nome di Munier è quasi un marchio di garanzia. Chi conosce i suoi lavori precedenti, in particolare il fortunato film dedicato alla ricerca del leopardo delle nevi, sa che quest'uomo è capace di restare immobile per ore, per giorni, in attesa di un solo istante, e che riesce in qualche modo a trasmettere questa pazienza anche allo spettatore. Con lui l'attesa non è tempo morto: è l'esperienza stessa.
Per questo è promettente che stavolta il terreno di gioco sia una foresta francese, un paesaggio legato alle sue stesse radici. Niente vette esotiche, ma nebbia, abeti, foglie secche, silenzio. Se c'è qualcuno in grado di trarre da un materiale così sobrio un cinema da grande schermo, che respira, è lui. La presentazione del film parla di un'opera pensata per il grande schermo in ogni sua inquadratura, e conoscendo la carriera di Munier sono propenso a crederci.
Il suono è il vero protagonista
Il titolo non è casuale e, secondo me, sarà l'arma più potente del film. La sinossi sottolinea che Il canto della foresta è un'esperienza visiva e sonora, un film immersivo pensato per la sala. Il messaggio che leggo è chiaro: qui il missaggio audio non è un lavoro di contorno, ma parte integrante della drammaturgia.
Immaginate di sentire, in una sala buia con un buon impianto, un cervo che bramisce da qualche parte nella nebbia, o il fremito delle ali di un gufo sopra la vostra testa. A casa, dalle casse di un portatile, non si vive nello stesso modo. E chi conosce il gallo cedrone sa che è famoso per il suo canto strano e inconfondibile: ho la sensazione che i momenti più alti del film arriveranno non tanto con le immagini, quanto con i suoni.
È per questo che ho dato in anticipo un voto così alto al sonoro. Se un film mette il canto nel titolo e il suo regista ha costruito un'intera carriera sull'attenzione, è molto probabile che questa parte funzioni.
Cosa può renderlo davvero riuscito?
- La lentezza come regalo. In un'epoca in cui tutto viene sminuzzato in video da 15 secondi, un film di 93 minuti, paziente e nebbioso, ambientato nel bosco può avere un effetto quasi terapeutico.
- La dinamica familiare. Tre generazioni insieme, alla ricerca della stessa cosa. Dentro ci sono la nostalgia, il congedo e il passaggio di testimone, senza bisogno di spiegarli a nessuno.
- La posta in gioco. Si parla di una specie che sta scomparendo, quindi la ricerca ha un peso reale. Non solo belle immagini, ma anche un avvertimento sommesso.
- Il cambio di scenario. Dopo i Vosgi, la Norvegia: visivamente rinfrescherà sicuramente il racconto e darà un respiro d'avventura a una cornice intima.
Se tutti questi elementi si incastrano, non sarà l'ennesimo documentario sulla natura, ma quel tipo di film da cui si esce con la voglia di spegnere il telefono e incamminarsi verso il primo bosco disponibile.
Dove potrebbe inciampare?
Non sarei onesto se non lo dicessi: questo film non sarà per tutti. Il rischio più grande dei documentari naturalistici contemplativi è che, a chi non si sintonizza, 93 minuti possano sembrare lunghissimi. Chi cerca azione, montaggio serrato o un arco drammatico ben costruito resterà deluso.
L'altra incognita è l'equilibrio tra il racconto familiare e la natura. Troppi uccelli e troppo poche persone, e si rischia di perdere quel nucleo umano e caldo che rende speciale l'idea. Il contrario, e il film potrebbe smarrire quella magia limpida e osservativa per cui amiamo i lavori di Munier. Per questo sono stato più prudente con il voto alla storia: nei documentari costruiti attorno a una ricerca, spesso a reggere tutto non è la trama, ma l'atmosfera.
E ho anche un piccolo timore: l'idea dell'amore che si tramanda di generazione in generazione può scivolare facilmente nello sdolcinato. Spero che Munier conservi anche qui quel pudore che rende le sue immagini sempre autentiche.
Perché non conviene aspettare di vederlo a casa?
Questo è un film concepito apposta per la sala. La presentazione insiste sul fatto che ogni inquadratura è pensata per il grande schermo e che il cuore dell'esperienza è il suono immersivo. Certo, prima o poi arriverà anche in streaming, ma lì si perderà proprio ciò per cui vale la pena dedicargli tempo: il buio, il silenzio, un suono che ti avvolge.
A metà novembre, quando anche fuori ci saranno nebbia e buio presto, un film così può essere il compagno perfetto della stagione. Io, per quanto mi riguarda, l'ho già segnato in agenda.
A chi lo consigliamo?
- Fa per te se: Ai fotografi naturalisti, ai birdwatcher, a chi ama i documentari lenti e contemplativi e a chiunque abbia voglia di un bel film da vedere con i propri genitori o con il figlio adolescente.
- Meglio lasciar perdere se: Chi cerca ritmo serrato, divulgazione con voce narrante o una trama drammatica compatta probabilmente perderà la pazienza.
Se ti piace, guarda anche: Il popolo migratore (2001), Microcosmos (1996), Oceani (2009), La marcia dei pinguini (2005)
Domande frequenti
Quando esce Il canto della foresta al cinema in Italia?
Il film arriva nelle sale italiane il 12 novembre 2026.
Di cosa parla Il canto della foresta?
Il fotografo naturalista e regista Vincent Munier percorre le foreste nebbiose dei Vosgi insieme al padre e al figlio adolescente, alla ricerca del gallo cedrone, una specie in via di scomparsa. La ricerca li porterà fino in Norvegia.
Quanto dura Il canto della foresta?
Il film dura 93 minuti.
Chi ha diretto Il canto della foresta?
Il regista è Vincent Munier, pluripremiato fotografo naturalista e cineasta francese, che è anche uno dei protagonisti del film.
Che genere di film è Il canto della foresta?
È un documentario francese che punta tutto sull'esperienza visiva e sonora, realizzato espressamente per il grande schermo.
Vale la pena dedicare una sera di novembre ai suoni del bosco?
Secondo me sì, ma solo se entrate in sala con buona disposizione e orecchie aperte. Sulla carta Il canto della foresta ha tutto ciò che serve perché un documentario sulla natura sia più di una bella cartolina: una posta in gioco personale, una ricerca autentica di un uccello che sta scomparendo e un regista capace di trasformare la pazienza in arte. Se il filo familiare e i suoni della natura selvaggia riusciranno a incontrarsi, potrebbe essere una delle esperienze cinematografiche più intime dell'anno. Io lo aspetto, e vi consiglio di scegliere una sala con un buon impianto audio. Questo film non lo ricorderete con gli occhi, ma con le orecchie.
