Le aquile della Repubblica, la recensione: quando la star diventa la marionetta del potere
C'è un momento in cui i riflettori smettono di celebrarti e cominciano a interrogarti. Le aquile della Repubblica racconta proprio questo: un attore adorato da tutti la cui fama, da un giorno all'altro, diventa un'arma. Peccato che a impugnarla non sia lui. Tarik Saleh torna a guardare l'Egitto e firma di nuovo un film scomodo, teso e intelligente.
Un thriller politico da sudori freddi, lucido e intelligente, sul prezzo del compromesso. Raramente offre risposte facili, ed è proprio per questo che resta addosso.
Le aquile della Repubblica: trailer
Scheda del film
| Original | نسور الجمهورية |
|---|---|
| Uscita in Italia | 23/04/2026 |
| Regia | Tarik Saleh |
| Cast | Fares Fares, Lyna Khoudri, Cherien Dabis, Amr Waked, Zineb Triki |
| Genere | Thriller politici |
| Durata | 129 min |
| Divieto | 6+ |
| Paese | Film svedesi, Film francesi, Film danesi, Film finlandesi, Film tedeschi |
Di cosa parla, senza spoiler?
George Fahmy è l'attore più amato d'Egitto. Il genere di divo il cui volto ti guarda dai manifesti, che tutti riconoscono e che sembra intoccabile. Poi, all'improvviso, finisce nel mirino delle autorità. Cade in disgrazia nel giro di una notte e si ritrova sull'orlo del baratro, con il rischio concreto di perdere tutto.
È allora che arriva la proposta del governo. Una di quelle che non si possono rifiutare, se si vuole continuare a svegliarsi la mattina nel proprio letto. George deve interpretare il ruolo principale in un film di propaganda: in altre parole, mettersi al servizio del regime e tradire tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento.
Questo è il punto di partenza, e non serve sapere altro. La forza del film non sta nell'accumulo di colpi di scena, ma nel modo in cui un uomo rinuncia a se stesso piano piano, un passo alla volta, mentre davanti alla macchina da presa interpreta proprio l'eroe che non potrà mai diventare.
Tarik Saleh e l'idea di una trilogia egiziana
Chi conosce i lavori precedenti di Saleh sa che il regista svedese preme da anni sulla stessa ferita. Omicidio al Cairo raccontava il sistema attraverso una polizia corrotta, La cospirazione del Cairo lo esplorava dall'interno delle istituzioni religiose, con gli occhi di uno studente. Le aquile della Repubblica prosegue su questa linea, ma stavolta seziona il matrimonio tra industria dello spettacolo e potere.
Ed è forse il terreno più interessante di tutti. Allo spettatore viene infatti messo davanti uno specchio: guardiamo come si fabbrica un film al servizio della manipolazione mentre, a nostra volta, stiamo guardando un film. Saleh non ce lo sbatte in faccia, ma quella consapevolezza scorre sotto ogni scena, come un ronzio sommesso e fastidioso.
Lo stile del regista resta trattenuto e disciplinato. Niente proclami politici urlati, niente monologhi didascalici. La tensione abita i silenzi, le frasi lasciate a metà, i sorrisi un po' troppo cortesi. Non piacerà a tutti, ma per chi ama i thriller che stringono lentamente la presa è una vera delizia.
Fares Fares e gli altri
Fares Fares è un collaboratore fisso di Saleh, e non per caso. Ha una doppiezza davvero speciale: riesce a essere carismatico e spezzato, sicuro di sé e terrorizzato nello stesso momento. Chi lo ha visto nei film della saga Dipartimento Q sa quanto riesca a dire con un solo sguardo stanco. Qui questa dote vale oro, perché si muove in un mondo in cui nulla si può dire ad alta voce.
Accanto a lui ci sono Lyna Khoudri, Cherien Dabis, Amr Waked e Zineb Triki. Un cast internazionale solido, e il bello è che nessuno cerca di prevaricare gli altri. Per come è costruito il film, i personaggi secondari sono spesso più presenze, pressioni, punti interrogativi, e tutti li rendono alla perfezione. Amr Waked, in particolare, è uno di quegli attori a cui basta entrare in una stanza per cambiare l'aria.
Si percepisce che l'intero cast ha capito bene in che film si trova. Succede meno spesso di quanto si pensi.
Cosa funziona davvero
- La freschezza del tema. L'intreccio tra propaganda e culto della celebrità non è nuovo, ma raramente lo si vede così dall'interno, dal punto di vista del set.
- La zona grigia morale. George non è né un eroe né un mascalzone. È un uomo con qualcosa da perdere, e il film non ci rende mai facile giudicarlo.
- Il dosaggio della tensione. Nei suoi 129 minuti il film tiene quasi sempre alta la pressione. Non con le esplosioni, ma con la sensazione che qualcuno stia sempre guardando.
- L'ironia. C'è anche un umorismo nero e amaro, che nasce da quanto il potere prenda sul serio il proprio kitsch.
L'esperienza più forte, forse, è il modo in cui il film ti chiede, senza dirlo: tu cosa faresti? E la risposta, se siamo onesti, non è necessariamente lusinghiera.
Dove inciampa?
I 129 minuti si sentono. Ci sono tratti in cui il film si ripete un po' e gira intorno alla stessa tensione più volte invece di andare avanti. Chi si aspetta un thriller più adrenalinico potrebbe ritrovarsi a guardare l'orologio nella parte centrale.
La misura, che è il suo punto di forza, a volte diventa anche il suo limite. Saleh evita il melodramma con tanta determinazione che anche i picchi emotivi arrivano solo a metà. È una scelta consapevole, e la capisco, ma in alcune scene avrei apprezzato un po' più di rischio, un po' più di fuoco.
Sul piano visivo il film è corretto ma non travolgente. Non è un titolo che rivedrai per le immagini, bensì per le idee. Il che va benissimo, basta non aspettarsi un'orgia visiva.
Il film nel film: perché conta proprio adesso?
È difficile non accorgersi che Le aquile della Repubblica va ben oltre l'Egitto. Ovunque il potere capisca che un volto amato vale più di qualsiasi manifesto, questa storia può ripetersi. Il film non punta il dito, ma non ne ha bisogno: lo spettatore unisce i puntini da solo.
Il cinema europeo ha una lunga tradizione di film sul rapporto tra arte e potere, e lo spirito di Mephisto di István Szabó aleggia sullo sfondo. Il film di Saleh ne è un degno parente moderno. Non una copia né un'imitazione, ma un nuovo capitolo dello stesso triste libro che arte e censura scrivono insieme da secoli.
A chi lo consigliamo?
- Fa per te se: Per chi ama i thriller politici che si costruiscono lentamente e fanno pensare, e per chi ha apprezzato i film precedenti di Saleh. Imperdibile per chiunque sia interessato al rapporto tra arte e potere.
- Meglio lasciar perdere se: Chi cerca un thriller pieno d'azione e zeppo di colpi di scena resterà deluso. Se non sopporti i ritmi lenti e una durata che supera abbondantemente le due ore, meglio lasciar perdere.
Se ti piace, guarda anche: La cospirazione del Cairo (2022), Mephisto (1981), Le vite degli altri (2006), A tanú (1969)
Domande frequenti
Quando è uscito Le aquile della Repubblica nei cinema italiani?
Il film è uscito in Italia il 23 aprile 2026.
Di cosa parla Le aquile della Repubblica?
George Fahmy, l'attore più amato d'Egitto, finisce nel mirino delle autorità e cade in disgrazia. Per non perdere tutto è costretto ad accettare la proposta del governo: recitare come protagonista in un film di propaganda.
Quanto dura Le aquile della Repubblica?
Il film dura 129 minuti.
Chi ha diretto Le aquile della Repubblica?
Il film è diretto da Tarik Saleh.
Chi sono gli attori del film?
Il cast principale comprende Fares Fares, Lyna Khoudri, Cherien Dabis, Amr Waked e Zineb Triki.
Vale la pena vendere l'anima per due ore?
Sì, e lo dico sul serio. Le aquile della Repubblica non è un film perfetto: è un po' lungo, un po' troppo freddo e a volte si fida del silenzio più del dovuto. Ma è raro trovare un thriller che racconti con tanta intelligenza come la popolarità possa diventare una catena e l'arte un'arma. Tarik Saleh conferma di essere una delle voci più interessanti del cinema politico di oggi, e Fares Fares dimostra che con un solo volto si può raccontare l'angoscia di un intero paese. Andate a vederlo, e poi guardate con un po' più di sospetto il prossimo manifesto da cui vi sorride il vostro divo preferito.
