Barriere, la recensione: Denzel Washington chiude il sogno americano in un cortile
Capita di rado di sedersi davanti a un film sapendo che per oltre due ore si parlerà quasi soltanto, e capita ancora più di rado di alzarsi con la sensazione di aver avuto un nodo alla gola dall'inizio alla fine. Barriere è uno di quei film. Denzel Washington, regista e protagonista, ha puntato tutto su una sola carta: il testo e i suoi attori. E per gran parte del tempo quella carta vince.
Un banchetto per attori in un cortile minuscolo: lento, verboso e a tratti teatrale, ma la coppia formata da Washington e Viola Davis è così potente che ogni minuto vale la pena.
Barriere: trailer
Scheda del film
| Original | Fences |
|---|---|
| Uscita in Italia | 23/02/2017 |
| Regia | Denzel Washington |
| Cast | Denzel Washington, Viola Davis, Stephen McKinley Henderson, Jovan Adepo, Russell Hornsby, Mykelti Williamson |
| Genere | Drammi |
| Durata | 139 min |
| Divieto | T |
| Paese | Film americani, Film canadesi |
Il camion della spazzatura, il gin del venerdì e un sogno lasciato a metà
Troy Maxson vive nell'America degli anni Cinquanta, in un quartiere nero di Pittsburgh. Un tempo giocava a baseball nelle Negro Leagues, oggi si guadagna da vivere raccogliendo la spazzatura. Il lavoro è monotono, sfiancante, e gli consuma non solo il corpo ma anche l'anima. Finito il turno, gli restano due cose: la moglie Rose e gli amici con cui, nel cortile davanti a casa, si rincorrono racconti, battute e vecchi rancori.
Nel frattempo Troy e Rose cercano di indirizzare il futuro dei due figli. Uno vuole fare il musicista, l'altro sogna una carriera nel football americano. Questo è il punto di partenza, e non voglio svelare altro, perché la forza del film non sta nei colpi di scena ma nel modo in cui, da una situazione quotidiana, emerge lentamente, quasi senza accorgersene, il bilancio di un'intera vita.
Non è il genere di dramma in cui ogni scena esplode. Somiglia piuttosto a una lunga cena di famiglia in cui tutti sanno che prima o poi qualcuno dirà la cosa che non andrebbe detta. E infatti qualcuno la dice.
Denzel Washington, il re che alza la voce
Tutti conoscono Denzel Washington per i suoi personaggi carismatici e sicuri di sé, dal poliziotto corrotto di Training Day al protagonista di Malcolm X. A prima vista Troy Maxson sembra appartenere alla stessa famiglia: rumoroso, affabulatore, innamorato della propria voce, uno che vince ogni discussione. Poi, minuto dopo minuto, si capisce che quel volume non è forza ma corazza.
Qui Washington fa una cosa davvero scomoda, e lo dico come un complimento: non chiede che Troy ci piaccia. Lo lascia essere irritante, ingiusto, gli fa dire ai figli cose che ci verrebbe voglia di interrompere. Eppure continuiamo a vedere in lui l'uomo che il mondo ha lasciato, una volta dopo l'altra, dall'altra parte della recinzione. Questa ambivalenza è la spina dorsale del film, e Washington non la molla mai.
Se gli si può rimproverare qualcosa, è la quantità di monologhi. Troy parla tanto, e ci sono momenti in cui si avverte che l'attore si gode il testo un po' più di quanto la scena ne avrebbe bisogno.
Viola Davis, che in silenzio si prende tutto il film
Se Troy è la tempesta, Rose è la casa che resta in piedi mentre infuria. Viola Davis è una delle migliori attrici drammatiche che Hollywood abbia avuto negli ultimi decenni, lo sappiamo da Il dubbio e The Help, ma qui fa qualcosa di davvero speciale. Per lungo tempo Rose è quasi una figura di sfondo: cucina, ascolta, sorride ai racconti di Troy, calma gli animi quando serve.
Poi arriva il momento in cui parla, e da lì in avanti diventa difficile respirare. Non dirò quando né perché, ma chi ha visto il film sa di quale scena parlo. Sul volto di Davis c'è tutto ciò che Rose ha soffocato per anni, ed è proprio per questo tipo di recitazione che si va al cinema.
Sinceramente: se dovessi dare un solo motivo per vedere Barriere, quel motivo sarebbe Viola Davis.
Comprimari che non fanno da tappezzeria
Sarebbe stato facile costruire tutto sui due protagonisti, invece anche il resto del cast è fortissimo. Stephen McKinley Henderson, nei panni di Jim Bono, il migliore amico di Troy, è una delle presenze più calde del film: è lui che ride alle battute, ma vede anche ciò che Troy non vuole vedere.
A Jovan Adepo, che interpreta Cory, il figlio minore, tocca il compito più difficile: affrontare il padre lasciando trasparire quanto desideri la sua approvazione. Russell Hornsby, nel ruolo di Lyons, il figlio maggiore che sogna la musica, rende benissimo un uomo che cerca di costruirsi una vita propria all'ombra del padre.
Merita una menzione a parte Mykelti Williamson, che interpreta Gabriel Maxson, il fratello di Troy. Il suo personaggio all'inizio sembra una presenza strana e frammentata, ma ogni sua apparizione cambia l'atmosfera e porta con sé uno dei fili più dolorosi del racconto. Saniyya Sidney, nei panni di Raynell, ha un ruolo piccolo ma lascia il segno.
Un cortile, una casa, una recinzione: dove la regia inciampa
Ora la parte meno entusiasta. Da regista, Denzel Washington ha voluto chiaramente rispettare attori e testo, ed è una scelta giusta. Il problema è che ha un prezzo: Barriere spesso sembra più teatro filmato che cinema. Gli spazi sono stretti, le scene lunghe, la macchina da presa osserva molto e racconta poco.
In certi momenti questo funziona benissimo, perché chiude lo spettatore in quel cortile insieme alla famiglia di Troy, senza vie di fuga dalla tensione. Altre volte però i 139 minuti si fanno sentire, soprattutto nella parte centrale, dove le conversazioni girano un po' in tondo.
- Cosa funziona: la direzione degli attori, il ritmo dei dialoghi, le poche esplosioni emotive ma piazzate al momento giusto.
- Cosa meno: la scarsa fantasia visiva, il passo a tratti trascinato e qualche monologo che si allunga troppo.
L'aspetto visivo non è quindi il punto forte del film: l'atmosfera della Pittsburgh anni Cinquanta arriva più dai vestiti, dai gesti e dal modo di parlare dei personaggi che dalle immagini.
Padri, figli e le barriere che costruiamo
Il titolo non è casuale. Il film parla di barriere a ogni livello: quelle che la società ha eretto intorno a Troy, quelle che lui stesso innalza attorno alla famiglia e quelle che i figli provano a scavalcare. Una delle idee più interessanti è che le ferite si ereditano. Troy, che nella vita ha sbattuto tante volte contro un muro, costruisce lo stesso muro davanti a suo figlio, forse senza nemmeno accorgersene.
È questo che rende Barriere non solo il ritratto di un'epoca, ma un film molto attuale. Chiunque abbia avuto un rapporto complicato con il proprio padre, o si sia scoperto genitore a ripetere proprio ciò che un tempo odiava, si riconoscerà in qualche scena. E farà male, nel senso buono.
A chi lo consigliamo?
- Fa per te se: Per chi ama i drammi centrati sugli attori e costruiti sui dialoghi, e non ha paura di una storia familiare lenta ma capace di scavare a fondo. Imperdibile per i fan di Denzel Washington e Viola Davis.
- Meglio lasciar perdere se: Chi cerca una trama movimentata, immagini spettacolari o una serata leggera probabilmente controllerà l'orologio già a metà film.
Se ti piace, guarda anche: Moonlight (2016), The Help (2011), Il dubbio (2008), Se la strada potesse parlare (2018), A régi rend (2013)
Domande frequenti
Di cosa parla Barriere?
Di Troy Maxson, ex giocatore di baseball delle Negro Leagues che negli anni Cinquanta lavora come netturbino a Pittsburgh e, insieme alla moglie Rose, cerca di indirizzare il futuro dei due figli.
Quanto dura Barriere?
Il film dura 139 minuti.
Quando è uscito Barriere in Italia?
Barriere è arrivato nelle sale italiane il 23 febbraio 2017.
Chi ha diretto Barriere?
Il film è diretto da Denzel Washington, che interpreta anche il protagonista, Troy Maxson.
Chi interpreta Rose Maxson in Barriere?
Rose Maxson è interpretata da Viola Davis.
Qual è il titolo originale di Barriere?
Il titolo originale è Fences; si tratta di una coproduzione tra Stati Uniti e Canada.
Vale la pena scavalcare questa recinzione?
Sì, ma sappiate a cosa andate incontro. Barriere non intrattiene nel senso classico del termine: vi fa sedere, chiude la porta e per oltre due ore vi costringe ad ascoltare le conversazioni più dolorose di una famiglia. Come regista Washington avrebbe potuto osare di più, e la durata poteva essere più asciutta. Ma quando Viola Davis e Denzel Washington si fronteggiano in quel piccolo cortile, ogni difetto sbiadisce. È un film che non ricorderete per le immagini, ma perché dopo penserete a vostro padre in modo un po' diverso. Da parte mia, un consiglio convinto: con un bicchiere in mano e una serata tranquilla.
