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Recensione · Uscita: 21/03/2019

A un metro da te, la recensione: un amore in cui il gesto più grande è non toccarsi

Film americaniFilm romanticiDrammiFilm d'amoreFilm per ragazzi

Ci sono film per cui basta guardare il poster per capire che servirà un pacchetto di fazzoletti, e A un metro da te è uno di questi. Il dramma romantico di Justin Baldoni racconta due adolescenti con la fibrosi cistica costretti dalla malattia a restare a distanza l'uno dall'altra. La ricetta è nota, alcuni ingredienti sono fin troppo zuccherati, ma Haley Lu Richardson ci mette così tanto cuore che resistere è difficile.

6,7/10
Voto
Un teen drama prevedibile e a volte invadente nel suo sentimentalismo, che la prova sincera e luminosa di Haley Lu Richardson porta ben al di sopra della media del genere.
Storia
6
Recitazione
8
Regia
6
Immagini
6
Musica e sonoro
6
Emozioni
8

Il voto complessivo è la media dei sei criteri.

Scheda del film

OriginalFive Feet Apart
Uscita in Italia21/03/2019
RegiaJustin Baldoni
CastHaley Lu Richardson, Cole Sprouse, Moisés Arias, Kimberly Hébert Gregory, Parminder Nagra, Claire Forlani
GenereFilm romantici, Drammi
Durata116 min
PaeseFilm americani

Di cosa parla A un metro da te, senza spoiler?

Stella Grant ha diciassette anni e per molti versi è un'adolescente come tante: inseparabile dal suo portatile e innamorata dei suoi migliori amici. Solo che passa gran parte del tempo in ospedale, perché ha la fibrosi cistica. La sua vita è scandita da liste, regole e una disciplina ferrea, e ogni farmaco, ogni terapia ha il suo posto e il suo orario.

A mandare all'aria questo ordine costruito con cura arriva Will Newman, un compagno di reparto bello in modo quasi irritante, anche lui malato di fibrosi cistica. Tra i due il flirt scatta quasi subito, ma le regole non lasciano margini: devono sempre mantenere la distanza di sicurezza. Più il legame si fa forte, più cresce la tentazione di infrangere le prescrizioni. A complicare tutto c'è Will che si ribella alle proprie cure, mentre Stella cerca di convincerlo a vivere davvero. E la domanda di fondo è una sola: come si salva qualcuno che non puoi nemmeno sfiorare?

Non serve sapere altro in anticipo. La forza del film sta proprio nel modo in cui sviluppa questa premessa semplice e crudele.

Una premessa che fa male da sola

A dirla tutta, l'idea migliore del film sta già nello spunto iniziale. Da decenni il cinema romantico vive di baci, abbracci, mani che si cercano. Qui sono proprio queste le cose proibite. Ogni volta che due personaggi stanno per avvicinarsi, il momento è insieme romantico e spaventoso, perché lo spettatore sa benissimo quanto sia alta la posta in gioco.

È una trappola drammaturgica molto generosa, e il film la sfrutta con intelligenza. Le scene migliori sono quelle in cui l'amore passa attraverso la distanza: uno sguardo, un piccolo gesto inventato, un momento condiviso che però non può esserlo fino in fondo. In quei passaggi A un metro da te dice sul desiderio e sulla rinuncia molto più di tanti titoli medi del genere.

Piccola curiosità: il titolo italiano parla di un metro, quello originale di cinque piedi. Il senso non cambia: uno spazio misurabile e spietato tra due persone, imposto non dai sentimenti ma dalla medicina.

Haley Lu Richardson si carica il film sulle spalle

Se dovessi dare un solo motivo per vedere questo film, direi Haley Lu Richardson. Chi l'ha vista in Columbus sa quanto sappia essere delicata, e qui, in un contesto molto più mainstream, dimostra che anche una ragazza ossessionata dal controllo e aggrappata alle sue liste può diventare un personaggio vivo e amabile. La sua Stella non è un angelo sofferente: è buffa, irritante, testarda e vitale. Quando piange, non è la sceneggiatura a piangere al posto suo, è lei.

Cole Sprouse nei panni di Will ha il classico ruolo del ragazzo tenebroso e irraggiungibile: cinico, ribelle, incurante delle regole e, ovviamente, molto più fragile di quanto voglia ammettere. Dai tempi di Riverdale Sprouse sa come guardare in camera con aria cupa, e anche qui fa proprio questo. Funziona, ma il personaggio è molto più di maniera rispetto a Stella, e nemmeno lui riesce a superare del tutto questo limite.

Tra i comprimari Moisés Arias nel ruolo di Poe porta calore e umorismo veri, ed è una delle sorprese più piacevoli del film. Kimberly Hébert Gregory interpreta in modo credibile Barb, l'infermiera severa ma affettuosa: è lei a incarnare le regole, eppure è impossibile volerle male. Parminder Nagra come Dr. Hamid e Claire Forlani come Meredith completano il cast con presenze più piccole ma solide.

Justin Baldoni e i tasti emotivi premuti a forza

Alla regia c'è Justin Baldoni, che molti conoscono come attore, e si sente che ci tiene moltissimo: vuole che tu pianga. Questo è insieme il pregio e il difetto del film. L'ambiente ospedaliero, le stanze piccole, i corridoi, i tubi e i macchinari restituiscono in modo credibile il mondo in cui vivono questi ragazzi, e per fortuna la malattia non è solo uno sfondo: condiziona davvero la quotidianità dei personaggi.

Allo stesso tempo Baldoni spesso non si fida abbastanza del proprio materiale. Quando una scena funziona già da sola, arriva comunque la musica commovente, il rallenty, la battuta un po' troppo scritta. Con i suoi 116 minuti il film si allunga in modo evidente, e nella parte centrale ci sono tempi morti che un montaggio più asciutto avrebbe potuto eliminare senza problemi.

Visivamente è un lavoro corretto e pulito, senza ambizioni particolari, ma non ne ha bisogno. Le immagini sono calde, i colori morbidi, e tutto è pensato per tenere l'attenzione sui volti dei due protagonisti.

Dove inciampa il film?

Il problema principale è la prevedibilità. Chi ha già visto qualche storia d'amore adolescenziale segnata dalla malattia intuirà più o meno su quali montagne russe emotive sta per salire. Il film non cerca di sorprendere: percorre l'arco collaudato del genere, aggiungendo solo una variazione nuova e ingegnosa.

Detto questo, il film non è cinico. Si vede che prende sul serio il suo tema e i suoi personaggi, e questo conta parecchio. Con una storia così sarebbe facile usare la malattia come semplice strumento per strappare lacrime, mentre A un metro da te almeno prova a mostrare cosa significhi conviverci.

A chi lo consigliamo?

Se ti piace, guarda anche: Colpa delle stelle (2014), Noi siamo tutto (2017), Resta anche domani (2014), I passi dell'amore (2002)

Domande frequenti

Di cosa parla A un metro da te?

Di due adolescenti con la fibrosi cistica, Stella e Will, che si innamorano in ospedale ma a causa della malattia devono mantenere le distanze e non possono nemmeno toccarsi.

Quando è uscito A un metro da te in Italia?

Il film è arrivato nelle sale italiane il 21 marzo 2019.

Quanto dura A un metro da te?

Il film dura 116 minuti.

Chi ha diretto A un metro da te e chi sono i protagonisti?

Il film americano è diretto da Justin Baldoni. I protagonisti sono Haley Lu Richardson (Stella) e Cole Sprouse (Will), affiancati da Moisés Arias, Kimberly Hébert Gregory e Parminder Nagra.

Qual è il titolo originale di A un metro da te?

Il titolo originale del film è Five Feet Apart.

Vale la pena sacrificare un pacchetto di fazzoletti?

A un metro da te non riscriverà le regole del dramma romantico, e non ci prova nemmeno. È prevedibile, a tratti troppo dolce, e la regia di Justin Baldoni a volte preme sui tasti emotivi con più insistenza del necessario. Eppure c'è qualcosa di profondamente umano: un ottimo spunto di partenza, che trasforma il contatto proibito in tensione, e una Haley Lu Richardson capace di rendere autentica ogni scena in cui compare.

Se in una sera di pioggia avete voglia proprio di un bel film da lacrime, potreste scegliere molto peggio. Tenete i fazzoletti a portata di mano e non aspettatevi sorprese. Le emozioni, però, per quanto le vediate arrivare, vi raggiungeranno lo stesso.

Voto: 6,7/10 · Storia 6 · Recitazione 8 · Regia 6 · Immagini 6 · Musica e sonoro 6 · Emozioni 8