Il richiamo della foresta, la recensione: Harrison Ford e un cane che impara a diventare padrone di sé
C'è un cane che il destino strappa a una comoda veranda californiana per scaraventarlo nelle bufere di neve dello Yukon, e a dirla tutta questo film deve tutto a lui. Il richiamo della foresta è un'avventura all'antica, tutta cuore, che non cerca di essere più furba del suo pubblico ma sa benissimo dove colpire per farci venire il groppo in gola. E la presenza barbuta e stanca di Harrison Ford è come una coperta calda in una notte gelida.
Non è perfetto e a tratti risulta fin troppo levigato, ma è raro trovare un film d'avventura per famiglie che racconti con tanta limpidezza e tanto affetto cosa significhi trovare il proprio posto nel mondo.
Scheda del film
| Original | The Call of the Wild |
|---|---|
| Uscita in Italia | 20/02/2020 |
| Regia | Chris Sanders |
| Cast | Harrison Ford, Dan Stevens, Colin Woodell, Karen Gillan, Omar Sy, Raven Scott |
| Genere | Film d'avventura, Film per famiglie, Drammi |
| Durata | 100 min |
| Divieto | T |
| Paese | Film americani |
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Di cosa parla, senza spoiler: dalla veranda alla slitta postale
Fino a quel momento la vita di Buck, un cane enorme, adorabile e un po' viziato, è semplice: vive in California, nella bambagia, e la sua avventura più grande è probabilmente rovesciare qualcosa in casa. Poi, all'improvviso, viene portato lontano da tutto ciò che conosce e si ritrova nella natura selvaggia dello Yukon, in Alaska, durante la corsa all'oro di fine Ottocento. Qui nessuno gli accarezza la testa solo perché è carino.
Buck entra a far parte di una muta di cani che traina una slitta postale e col tempo ne diventa il capo. Il film è in sostanza il racconto della sua crescita: come un animale domestico abituato alle comodità si trasformi in una creatura capace di cavarsela da sola, fino a diventare padrone di sé stesso. Non serve svelare altro, anche perché la forza del film sta proprio nel modo in cui costruisce questa trasformazione poco alla volta, scena dopo scena.
Lo schema è classico: un mondo sconosciuto, prove durissime, uomini buoni e uomini cattivi, e un animale che sopravvive a tutto e ne esce più forte. Chi da bambino ha pianto almeno una volta davanti a un film con un cane sa perfettamente a cosa va incontro.
Harrison Ford, un cuore burbero
Diciamolo: in tanti andranno a vederlo per Harrison Ford. Dopo Han Solo e Indiana Jones lo ritroviamo in un ruolo completamente diverso: John Thornton è un uomo segnato e silenzioso, che parla più con lo sguardo che con le parole. A questa età Ford non è più l'eroe d'avventura, ma il vecchio che gli sta accanto, e il ruolo gli calza sorprendentemente bene. C'è in lui un calore stanco senza il quale il film sarebbe molto più vuoto.
Anche il resto del cast è al posto giusto. Omar Sy nei panni di Perreault porta quel carisma solare e disarmante che amiamo dai tempi di Quasi amici, e Cara Gee è un'ottima spalla nel ruolo di Françoise. Sul fronte opposto troviamo Dan Stevens come Hal, Karen Gillan come Mercedes e Colin Woodell come Charles. Stevens è il tipo di attore che adora caricare un personaggio, e qui lo fa senza remore. Per qualcuno sarà una macchietta, per me in un film per famiglie ci sta benissimo.
In ruoli minori compaiono anche Raven Scott e Wes Brown, ma il vero protagonista è senza dubbio Buck. Ogni scena ruota attorno a lui, e il film funziona al meglio quando gli esseri umani si limitano a fare da cornice al suo viaggio.
Chris Sanders, uno che sa raccontare gli animali
Alla regia c'è Chris Sanders, e questo spiega parecchio. Porta la sua firma Lilo & Stitch, così come Dragon Trainer: parliamo di qualcuno che ha passato gran parte della carriera a raccontare il legame tra esseri umani e creature non umane. Quell'esperienza qui si sente: Sanders non ha paura delle emozioni grandi e limpide, e non si vergogna se una scena vuole semplicemente commuovere.
Il ritmo è piacevole, e i 100 minuti di durata bastano per non appesantire lo spettatore lasciando comunque il tempo di sviluppare la trasformazione di Buck. Lo sguardo da animatore di Sanders, però, è un'arma a doppio taglio. A volte il film sembra il fratello in carne e ossa di un cartone animato: tutto è un po' più luminoso, un po' più espressivo, un po' più fiabesco della realtà. Per i più piccoli è perfetto, ma lo spettatore adulto ogni tanto si chiede se una versione più dura e cruda non avrebbe colpito ancora più forte.
Neve, luce e febbre dell'oro: l'impatto visivo
Lo Yukon è l'altro grande protagonista del film. I paesaggi innevati, il bianco sconfinato, i fiumi ghiacciati e il mondo affollato e fangoso della corsa all'oro creano un contrasto splendido. Il momento in cui Buck si trova per la prima volta davanti alla vastità della natura selvaggia è puro cinema, da vedere su uno schermo grande.
Le sequenze sulla slitta hanno slancio, velocità e senso del pericolo, e rendono bene quanta fatica costasse consegnare la posta in quel mondo. In qualche punto le immagini sono fin troppo perfette, sembra di sfogliare una cartolina, ma confesso che è difficile farne una colpa a un film il cui obiettivo è proprio incantare.
Dove sbanda la slitta?
La questione principale è quanto si riesca a reggere la sincerità emotiva del film. Chi ama le storie chiare, con buoni e cattivi ben distinti, troverà pane per i suoi denti. Chi invece cerca personaggi più sfumati e cupi potrebbe trovare i cattivi troppo da cartone animato e i colpi di scena prevedibili.
L'altro rischio è la prevedibilità. Questo film non vuole sorprendere, vuole rassicurare e toccare il cuore. È un pregio e un limite insieme. A me non è dispiaciuto, ma capisco chi alla fine alza le spalle pensando di aver già visto tutto, solo con un cane diverso.
- Cosa funziona: Harrison Ford, il personaggio di Buck, il paesaggio, le emozioni limpide.
- Cosa convince meno: cattivi troppo semplici, una struttura prevedibile, un'estetica a volte troppo patinata.
A chi lo consigliamo?
- Fa per te se: Per le famiglie con bambini un po' più grandi, per chi ama i cani e per chiunque apprezzi i film d'avventura all'antica, capaci di parlare al cuore. Una buona scelta anche per i fan di Harrison Ford che vogliono scoprirne il lato più quieto.
- Meglio lasciar perdere se: Chi si aspetta un dramma di sopravvivenza crudo e realistico, o chi mal sopporta le emozioni esibite e le storie prevedibili, resterà probabilmente deluso.
Se ti piace, guarda anche: Zanna Bianca, un piccolo grande amore (1991), Balto (1995), Togo (2019), Qua la zampa! (2017)
Domande frequenti
Quando è uscito Il richiamo della foresta in Italia?
Il film è arrivato nelle sale italiane il 20 febbraio 2020.
Di cosa parla Il richiamo della foresta?
Buck, un cane domestico californiano, si ritrova all'improvviso nella natura selvaggia dello Yukon, in Alaska, durante la corsa all'oro di fine Ottocento. Lì entra in una muta che traina una slitta postale, ne diventa il capo e alla fine trova il suo posto nel mondo.
Quanto dura Il richiamo della foresta?
Il film dura 100 minuti.
Chi recita ne Il richiamo della foresta?
Harrison Ford interpreta John Thornton; nel cast ci sono anche Omar Sy (Perreault), Cara Gee (Françoise), Dan Stevens (Hal), Karen Gillan (Mercedes) e Colin Woodell (Charles).
Chi ha diretto Il richiamo della foresta?
Il film è diretto da Chris Sanders.
Vale la pena partire con Buck verso lo Yukon?
Sì, se sai cosa ti aspetta. Il richiamo della foresta non è un film rivoluzionario e non vuole riscrivere le regole, ma racconta con onestà e affetto una storia senza tempo sulla libertà, sulla fedeltà e sul fatto che a volte bisogna perdere le proprie comodità per diventare davvero sé stessi. Harrison Ford è una garanzia, Buck si fa amare, lo Yukon toglie il fiato e Chris Sanders sa esattamente dove premere per arrivare al cuore.
Perfetto per una domenica pomeriggio di pioggia, da guardare tutti insieme in famiglia. Tenete solo i fazzoletti a portata di mano, perché i film con i cani raramente fanno sconti.
